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fra Iacopo Passavanti da Firenze

-  n. 1300 circa, OP 1318, † 1357  -

■  Lo specchio della vera penitenzia  ■
ed. G. Auzzas, Firenze  2014

 
1 fra Iacopo, figlio di Banco Passavanti e di Cecca di Guardina
2 Autografia
3 Lo specchio della vera penitenzia
4 Data della redazione scritta? 1355-57 ca.
  Volgarizzamento | Versione latina | Cestello
 

Emilio Panella OP

Firenze, aprile-maggio 2014

 

../remigio2/re1307.htm#Iacopo_Passavanti

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1. fra Iacopo, figlio di Banco Passavanti e di Cecca di Guardina, del popolo San Pancrazio

■ Muore in Firenze il 15.VI.1357, «cum in ordine annum quadragesimum transegisset»; e dunque fattosi frate domenicano nell'anno 1317? Forse. Più probabile nell'anno 1318, perché a quel tempo nel computare usavano contare anche l'anno di partenza! Sua nascita? tra gli ultimi anni dei Duecento e primissimi  del Trecento. Costituzioni domenicane del Trecento, dist. I, c. 13 De recipiendis: «Nullus recipiatur infra decem et octo annos»; da intendere verosimilmente in rapporto alla professio, ovvero emissione dei voti, anziché semplice vestizione.

Precipue fonti: Cr SMN n° 413. Orlandi, “Necrologio” I, 88-89 (securus in veritate dicendi, ultimo rigo di p. 88, da correggere securus in veritate dicenda), 450-71. SOPMÆ II, 332-34; IV, 134-35.  ..\cronica\quel30.htm

Circa il ceppo familiare (di certo non "da famiglia aristocratica" per la Firenze trecentesca; cf. ed. Auzzas, p. 21) vedi ../remigio2/re1307.htm#Passavanti,_Lo_specchio

2. Autografia

Importante annotare che sopravvivono testimonianze di brevi interventi autografi di fra Iacopo Passavanti.

Firenze 15.X.1354. «Io frate Iacopo Passavanti fu’ presente quando frate Ghisello predetto ricevette i detti cclx fiorini d’oro da suora Andrea, priora del monastero di Santo Iacopo da Ripole, e in testimoniança di ciò mi soscrivo qui di mia propria mano» (rileggo da riproduzione in Orlandi, Necr. I, 528 bis, tav. XXII).

Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Conv. soppr. F. 3.1126 (sec. XIV, provenienza SMNovella), nota di possesso in f. 1r: «Iste liber est fratris Iacobi Passavanti»; e poco sotto: «Hunc librum posuit in cathenis ad comunem usum fratrum et ad consolationem studere volentium frater Iacobus Passavanti cum adhuc viveret. Qui legerit in ipso oret pro eo». Cf. G. Pomaro, Censimento dei manoscritti della biblioteca di S. Maria Novella. Parte I: Origini e Trecento, MD 11 (1980) 397 e tav. II.

La concordanza paleografica delle tue testimonianze assicura al di sopra d'ogni sospetto l'autografia del Passavanti. Da tener presente nel censimento dei manoscritti delle sue opere; anche laddove alla fine dovremmo dire "nessun testimone autografo".

3. Lo specchio della vera penitenzia

Iacopo Passavanti, Lo specchio della vera penitenzia, edizione critica a c. di Ginetta Auzzas, Firenze (Accademia della Crusca) 2014, pp. 612. Lo ricevo in dono dalla Auzzas, da Vicenza 14.III.2014. Infinite grazie! Rigoroso lavoro, principalmente incentrato sui problemi filologici di un'ed. critica.

INDICE:

TAVOLA DELLE ABBREVIAZIONI, pp. 3-18

INTRODUZIONE, pp. 21-204

Premessa - I manoscritti (totale pervenuti 23) - Le stampe - Classificazione dei manoscritti - Classificazione delle stampe - Errori comuni a tutti i testimoni - Fondamenti e criteri della presente edizione.

LO SPECCHIO DELLA VERA PENITENZIA, pp. 207-469

Incomincia il Prolago del libro appellato Lo Specchio della vera penitenzia, pp. 207-13

Qui si comincia il libro della penitenza apellato Lo Specchio della vera penitenzia, pp. 215-

Distinzione prima. Ove si dimostra che cosa è penitenza, pp. 217-19

Distinzione seconda. Ove si dimostra quante sono quelle cose che c'inducono a fare penitenzia e a non indugiarla, pp. 221-38

Distinzione terza. Dove si dimostra quali sono quelle cose che ci danno impedimento e ritraggonci dalla penitenza, pp. 239-64

Distinzione quarta. Dove si dimostra quali sono le parti della penitenza, e quante cose si richeggiono alla vera penitenza. E prima si dirà della principale parte, cioè della contrizione, pp. 265-79

Distinzione quinta. Dove si tratta della seconda parte della penitenza, cioè della confessione, pp. 281-351

Trattato della superbia, pp. 351-85

Trattato della umiltà, pp. 385-400

Trattato della vanagloria, pp. 400-69

FONTI - GLOSSARIO - INDICE DELLE FONTI, pp. 471-608.

Pg 198: «Nell' impossibilità di ripristinare la veste originale e allo scopo pertanto di evitare esiti illecitamente, e sgradevolmente, compositi, per stabilire suoni, forme e grafie ci si è basati su di un solo manoscritto, il Pal. 95 [= Firenze, Bibl. Naz. Centr., Palatino 95]. Tra i testimoni completi, esso, infatti, può vantare particolari titoli di qualità: il colorito linguistico (fiorentino), l'antichità e, in generale, la correttezza. L'assenza, oltre al testo originale, di ulteriori opere in volgare riconducibili al Passavanti, vieta di capire quale fosse il tenore del suo volgare, soprattutto, la sua abilità nell'impiego scritto del medesimo, ma non parrebbe azzardato supporre che il Domenicano, uomo colto e raffinato, fosse in grado di maneggiarlo sottraendosi alle forme più grossolanamente vernacolari, ragion per cui non sembra inverosimile supporre che, talvolta, peculiarità e oscillazioni siano da addebitare al copista del manoscritto, accurato però, parrebbe di capire, di un livello linguistico medio-basso. Tuttavia, sempre al fine di evitare soluzioni incoerenti, si è scelto di abbandonare il manoscritto base unicamente quando è sembrato sussistere il dubbio fondato potesse trattarsi non tanto di una forma peregrina quanto, piuttosto, di un errore, di una svista, dell'amanuense».

Nella descrizione dei manoscritti e loro provenienza, vanno tenuti distinti i ben diversi ed autonomi monasteri domenicani di Firenze (cf. pp. 26-27): San Iacopo a Ripoli  (via della Scala), San Domenico (a Cafaggio, via Venezia), San Domenico del Paradiso (o della Crocetta, via Laura). Cf. O. Fantozzi Micali – P. Roselli, Le soppressioni dei conventi a Firenze. Riuso e trasformazioni dal sec. XVIII in poi, Firenze 1980.

Pg 434-448 su sorte, sortilegi e arti magiche (in p. 448 sorte divisoria, l'unica lecita!), confronta con quanto sosteneva un altro frate del medesimo convento Remigio dei Girolami OP († 1319): Divisio scientie cc. 18-20, «Memorie domenicane» 12 (1981) pp. 110-119, e tav. II in pg 121; De bono comuni, ibid. 16 (1985) pp. 118-119 n. 210; Dal bene comune..., ed. Firenze 2014, pp. 140-41.

4. Data della redazione scritta? (1355-57 ca.)

Pg 212 (cf. pp. 146-47), dal prologo: «E acciò che prontamente e con desiderio fervente della propia salute, ogni negligenzia e ignoranza da noi rimossa e tolta, stendiamo le mani a prendere questa necessaria e virtuosa tavola della penitenza e perseverantemente la tegnamo infino ch'ella ci conduca alla riva del celestiale regno al quale siamo chiamati, io, frate Iacopo Passavanti, dell'Ordine de' Frati Predicatori minimo, pensai di comporre e ordinare certo e spezial trattato della penitenzia. E a ciò mi mosse il zelo della salute dell'aníme, alla quale la professione dell'Ordine mio spezialmente ordina i suoi frati, provocommi l'affettuoso priego di molte persone spirituali e devote, che mi pregarono che quelle cose della vera penitenza che io per molti anni, e spezialmente nella passata quaresima dell'anno presente milletrecentocinquantaquattro, avea volgarmente al popolo predicato, ad utilitarie e consolazione loro e di coloro che le vorranno leggere le riducesse a certo ordine per iscrittura volgare, sì come nella nostra fiorentina lingua volgaremente l'avea predicate. Onde, non volendo né dobbiendo negare quello che la carità fruttuosamente e debitamente domanda, porgo la mano collo ingegno a scrivere e per volgare, come fu principalmente chiesto, per coloro che non sono litterati, e in latino per li cherici, a' quali potrà esser utile e per loro e per coloro i quali egli hanno amaestrare o predicando, o consigliando, o le confessioni udendo...».

In nota 26: «DELL'ANNO PRESENTE. La variante dell'anno passato si può spiegare con l'attrazione esercitata da passata quaresima, mentre, se si fosse inteso riferirsi al 1354 come a un anno `passato', indicarne come 'passata' la quaresima diventava inutilmente ridondante».

Commento. Fra Iacopo Passavanti è fiorentino e - senza bisogno di confessarlo - usa lo stile cronologico fiorentino, cosiddetto "ab incarnatione", anno con inizio 25 marzo (l'unificazione del computo nel Granducato di Toscana avverrà a metà Settecento). L'espressione «nella passata quaresima dell'anno presente 1354» ha una sua coerenza, ed equivale a "nella quaresima or ora trascorsa, dell'anno in corso 1354". Tale anno del computo fiorentino corrisponde al nostro computo 1355 (e a quei tempi anche al computo in uso nella curia romana e territori del Patrimonium Sancti Petri). Nel 1355 la Pasqua cadeva il 5 aprile, e la quaresima andava dal 18 febbraio (mercoledì delle Ceneri) fino al 21 marzo (sabato della quarta settimana di quaresima); mentre nel 1354 la Pasqua cadeva il 13 aprile e la quarta settimana di quaresima terminava il 29 marzo (cf. Ordinarium juxta ritum sacri ordinis fratrum Praedicatorum <1258 ca.>, ed. F.-M. Guerrini, Romae 1921, pp. 32-37; A. Cappelli - M. Viganò, Cronologia, Cronografia e Calendario perpetuo, Milano 1998, pp. 64, 80). Fra Iacopo dunque, terminata la predicazione quaresimale del 1355 (nostro computo), si dedica subito alla redazione scritta de Lo specchio della vera penitenzia.

Minuscola precisazione? La cosa potrebbe incidere sulla rilettura ed interpretazione dello stato incompiuto dell'enorme trattato e dell'indeterminate distinzioni progettate, «ché la materia si moltiplica troppo tralle mani» (p. 450, secondo §); restringe infatti di un anno i tempi tra avvio della redazione scritta (marzo 1355) e decesso dell'autore (giugno 1357).

E in quegli anni, 1355-57, fra Iacopo - quasi al termine del suo trattato - confessa: «Io sono ancora vivo, in mentre che Dio vuole, e ho passati i cinquanta anni» (p. 465, righi 15-16). Poi continua: «né in pelegrinaggio andai mai, se non a Roma per lo perdono, né intendimento ho d'andarci mai» (p. 465, righi 18-19) = giubileo celebrato nel 1350, per decreto di papa Clemente VI; basiliche da visitare: San Pietro, San Paolo fuori le mura e San Giovanni in Laterano. Cf. Matteo Villani  [† 1363], Cronica, ed. Parma 1995, I, pp. 57-58, 108-11. Petrarca [1304-74], Canzoniere, sonetto XVI.

  Volgarizzamento

Un gran bell'esempio - quello de Lo specchio della vera penitenzia - del cosiddetto "volgarizzamento". Il sofisticato sapere della teologia medievale - fonti latine e greche -, a metà Trecento viene riversato da fra Iacopo Passavanti nel volgare fiorentino, lingua di tutti, anche degli illetterati (tramite la diffusione orale della predicazione: «chiunque legge od ode questo trattato», p. 465, rigo3); riadattato nei testi e nei commenti. Senza sorvolare le dispute teologiche in corso. Ad esempio: la vergine Maria fu o no esente dal peccato originale? Chiara esposizione della "questione" (non asserto di fede! - a quel tempo) e delle tesi contrapposte, preferenza personale (quella consueta, allora, nell'ordine domenicano) e rispettoso confronto con le posizioni altrui (pp. 335-39).

 Totale 23 i manoscritti pervenuti, o a noi noti. Ampia dunque la diffusione de Lo specchio, se si tien conto che i manoscritti a noi pervenuti sono una piccolissima quota di quelli reali allora in circolazione.

Quanto alle fonti delle frequentissime citazioni farei un riscontro nelle più ricorrenti sillogi e florilegi del tempo, prima di ricorrere all'opera dell'autore citato.

«Onde dice santo Giovanni Boccadoro...» (p. 259, e molte altre volte). Boccadoro: chi era costui? Giovanni d'Antiochia, † 407, soprannominato Chrysostomus = χρυσος (oro), στομα (bocca, faccia), a motivo della sua abilità oratoria. Soprannome trasmesso dalla tradizione (cf. B. ALTANER, Patrologia, Torino 1963, p. 232); nessuna prova che il Passavanti conoscesse la lingua greca. Frequenti le citazioni esplicite da "santo Tommaso" d'Aquino (canonizzazione 1323): cf. pp. 591-92.

Ma volgarizzare la parola di Dio non equivale a banalizzare. E son le lingue volgari a dar voce al vaniloquio. In un'incursione geolinguistica il Passavanti non risparmia rimbrotti a nessuna lingua, neppure al suo fiorentinesco!

«In certi libri della Scrittura e de' dottori che sono volgarizzati si puote leggere, ma con buona cautela, imperò che si truovano molto falsi e corrotti, e per difetto degli scrittori, che non sono comunemente bene intendenti, e per difetto de' volgarizzatori, i quali i passi forti della santa Scrittura e' detti de' santi sottili e oscuri non intendendo, no gli ispongono secondo l'intimo e spirituale intendimento, ma solamente la scorza di fuori della lettera, secondo la gramatica, recano in volgare. E perché non hanno lo spirituale intendimento, e perché il nostro volgare ha difetto di propi vocaboli, spesse volte grossamente e rozzamente, e molte volte non veramente, la spongono. E è troppo grande pericolo, ch'agevolemente si potrebbe cadere in errore, sanza ch'egli aviliscono la Scrittura, la quale con alte sentenzie e disquisiti e propri latini, con begli colori rettorichi e di legiadro stilo adorna; qual col parlare mozzo la tronca, come i Franceschi e' Provenzali; quale collo scuro linguaggio l'offusca, come i Tedeschi, Ungari e Inghilesi; quali col volgare bazzesco [= grossolano] e croio [= rozzo] la 'ncrudiscono, come sono i Lombardi; quali, con vocaboli ambigui e dubbiosi dimezzandola, la dividono, come' Napoletani e' Regnicoli; quali coll'accento aspro e ruvido l'aruginiscono, come sono i Romani; alquanti altri con favella maremmana, rusticana, alpigiana, l'arrozziscono. E alquanti men male che gli altri, come sono i Toscani, malmenandola, troppo la 'nsucidano e abruniscono. Tra' quali i Fiorentini, co vocaboli ísquarcíati e smaniosi e col loro parlare fiorentinesco istendendola e facendola rincrescevole, la 'ntorbidano e la rimescolano co "occi" e "poscia", "aguale", "vievocata", "pur dianzi", "mai pur sì", "ben reggiate", "ch'avrete delle bonti se non mi ramognate". E così ogni uomo se ne fa isponitore, con ciò sia cosa che, a volerla bene volgarizzare, converrebbe che l'autore fosse molto sofficiente, che non pur gramatica, ma egli converrebbe sapere ben teologia e delle Scritture sante avere esperta notizia, e essere rettorico e esercitato nel parlare volgare, e avere sentimento di Dio e spirito di santa devozione, altrimenti molti difetti vi si commettono, e sono già comessi» (pp. 420-421).

  Versione latina: Theosophia

Ma il Passavanti aveva programmato anche una versione «in latino per li cherici» (p. 212) ossia per chi sapeva leggere e scrivere, e ad essa fa più volte riferimento (cf. pp. 347, 382, 389 «e in questo nostro trattato fatto in latino stesamente si scrive»). "Trattato fatto in latino": soltanto abbozzato? non portato a termine?

Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, San Marco 459 (membr., sec. XV), ff. 2r-88r.

inc. prol.: Prologus epistolaris in librum qui appellatur Theosophia, in quo docetur regula recte vivendi et via perveniendi ad perfectionem caritative dilectionis Dei et proximi, in qua consistit summa sapientia christianorum.

(...) Nam una parte me inducebat ad scribendum petitio vestra atque vehementer urgebat caritas vestre dilectionis, necnon etiam ordinis mei Predicatorum videlicet emissa professio ... (f. 1v 3 ss)

Quia postulavit a me caritas vestra, dilectissime domine, ut regulam aliquam directivam ad bene recteque vivendum et ut esset quasi quedam exemplaris forma et lex spiritualis exercitii... (f. 2r)

... sicut evidenter apparuit hodierna die precipue, idest in festo Pentecostem, in qua die libellus hic accepit exordium (f. 2r 18 ss)

... vos qui professor estis legis et doctor peritissimus atque probatissimus (3v-4r)

expl.: Nona confessionis conditio est libens, id est voluntaria.

Explicit hic liber, quia actoris vita defecit anno domini MCCCLVII, die XVa mensis iunii (87r).

Data del decesso dell'autore 15.VI.1357, si dice nell'explicit; data perfettamente coincidente con quella certificata da Cr SMN n° 413.

Cf. G. Rossi, La redazione latina dello «Specchio di vera penitenza», «Studi di filologia ital.» 49 (1991) 29-58. fotoc. 20/04/1995. Dettagliata comparazione testuale con Lo specchio; l'A. non asserisce ma fa intravedere che Theosophia altro non sia che la redazione-rielaborazione latina promessa ne Lo specchio. Pista meritevole d'attenzione. Dedicata a un «professor legis et doctor peritissimus» (f. 3v-4r), entrato in religione: «prout significat assumptio habitus nove militie et professio sancte religionis quam noviter et laudabiliter assumpsistis» (f. 2r 13-); l'A. si dice «ordinis mei Predicatorum» (f. 2v5). Conclusione in pag. 58: «Indipendentemente da queste considerazioni la presenza, nella parte finale dello Specchio, di questi frequenti riferimenti alla versione colta dell'opera, suggerisce l'ipotesi di richiami introdotti, tanto in relazione al testo latino quanto, ovviamente, allo Specchio stesso, in funzione di una successiva rielaborazione, di cui il Passavanti andava gradualmente precisando il profilo, sia generale che particolare. Mi pare insomma di poter cogliere proprio nelle obiettive incongruenze tra le due opere la migliore conferma della loro sostanziale interazione: perché se nella mente del Passavanti c'era in origine il progetto di un duplice lavoro, è indubbio che nel corso della stesura egli sia venuto modificandone lo schema, ampliandolo nella redazione volgare e magari pensando, in un primo momento, di arricchirlo, in quella latina, degli spunti narrativi che andava sperimentando nello Specchio; fino al punto di concepire una sorta di interscambio tra le due opere, e così sistematico, da porsi come base di un ulteriore passaggio logico e stilistico, costituito dal definitivo abbandono dell'iniziale dicotomia».

La Theosophia va aggiunta agli scritti del Passavanti: SOPMÆ II, 332-34; IV, 134-35.

  Cestello

Pg 296 di ed. Auzzas, episodio del prete peccatore: «Andando poi il cavaliere col prete allo 'ndemoniato, e quegli rimproverando al cavaliere e agli altri i loro peccati, al prete non diceva niente. Onde disse il cavaliere: «Tu non dì nulla al prete? Tiello bene mente: che dì tu di lui?». Rispuose: «Di cotestui non dico nulla». E dicendo queste parole in lingua tedesca, la quale solo il cavaliere intendea, disse in lingua latina: «Nella stalla fu giustificato», il quale solo il prete intese; il quale, veggendo la grazia del suo scampo e la virtù della confessione, lasciò il peccato e fecesi monaco dell'Ordine di Cestella».

Chiesa San frediano di Firenze... dell'Ordine di Cestella = ordine dei monaci di Cîteaux (Francia, in Borgogna) - Cistercium in latino -, ovvero monaci cistercensi. Cestella ritorna anche altre volte ne Lo specchio (cf. p. 548). A Firenze i monaci del medesimo Ordine erano in San Frediano al Cestello, quartiere d'oltrarno. Cf. C.C. Calzolai, Firenze e la sua diocesi, AA. VV., La Chiesa Fiorentina, Firenze (Curia Arciv.) 1970, p. 81.

E la campana del Cestello ancor oggi chiama e richiama Bob, Tosca, Mafalda, e le altre ragazze di San Friano!

 

 


 

finis!


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